Visualizzazione post con etichetta Citazioni da romanzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Citazioni da romanzi. Mostra tutti i post

lunedì 23 aprile 2012

Un libro mai finito


"Come sei bella..."
Io non ero bella, ero normale... avevo le occhiaie di quella giornata, il mio odorino stantio di ufficio, la voce rauca di ore trascorse al chiuso. Il mio corpo infilato nella città era un corpo qualunque, infagottato di abiti e pensieri. Ce ne andavamo verso casa abbracciati, tra le vetrine che spegnevano le luci e la gente che camminava veloce sui marciapiedi. Mi bastava stringermi alle sue ossa per sentirmi in pace.

***
È vero sono uno stupido! I poeti sono stupidi come mosche contro un vetro! Sbattono contro l'invisibile per arraffare un po' di cielo.

***
Era per dirti che gli amori che sembrano assurdi certe volte sono i migliori.

 ***
Forse questo è l'amore quando raggiunge la sua vetta. Ebbro come uno scalatore che s'è arrampicato e poi è arrivato, e più su di così non può andare, perché comincia il cielo.
(Margaret Mazzantini, da Venuto al mondo)

   Venuto al mondo è un romanzo del 2008, grazie al quale la sua autrice, Margaret Mazzantini, ha vinto il prestigioso Premio Campiello.  
    Un libro drammatico e denso di valori che narra non solo di una storia d'amore passionale e straziante, ma di vita, di amicizia, di guerra, di maternità, di attese. E' stato un grande successo editoriale, da cui è stato tratto anche un film per la regia di Sergio Castellitto, marito dell'autrice, che sarà nelle sale a novembre. 
   Io l'ho trovato molto simile nella struttura al precedente romanzo della Mazzantini, Non ti muovere. Ossia in entrambi c'è una ricerca nel proprio passato come necessità per superarlo, nella trama una storia d'amore impossibile ed il senso di rinascita e di speranza legata ad un figlio. Sullo sfondo la violenza che spesso è protagonista della storia, ma dal cui ventre oscuro possono scaturire anche nuove possibilità di luce e di riscatto.
   Questo libro, dal quale sono riuscita comunque ad estrapolare qualche frase che mi ha colpito, l'ho trovato particolarmente noioso e pesante, capace di farmi perdere durante la lettura il desiderio di divorare un romanzo. Una capacità più unica che rara! 
    Un libro poco immediato, struggente e malinconico fino alla paranoia. Una storia tirata a lungo. Pagine ridondanti. 
   Nel post precedente, ho ricordato come per terminare Rayuela di Julio Cortázar, ho dovuto procedere in più riprese per la sua non facilità, tuttavia il coinvolgimento nella lettura era sempre totale e profondo. Era come se avessi bisogno di far sedimentare alcuni contenuti. Invece per Venuto al mondo ho arrancato a fatica fino a poco oltre la metà del romanzo e provato sollievo nell'accantonarlo. E' l'unico libro non finito che ho sulla coscienza e ne sento quasi l'onta perchè rappresenta per me un'eccezione, essendo convinta che tutti i libri vadano letti ed integralmente, spaziando anche in generi diversi da quelli preferiti, in modo da accrescere il proprio spirito critico e le proprie conoscenze.


A te è mai capitato? Quale scrittore hai piantato in asso? 
C'è un romanzo che hai chiuso prima di arrivare alla fine? Perché hai smesso di leggerlo?


mercoledì 18 aprile 2012

Julio Cortázar – La tua bocca

   Tocco la tua bocca, con il dito tocco il bordo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si aprisse, e mi basta chiudere gli occhi per rifarlo tutto e ricominciare, faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sulla tua faccia, e che per un caso che non cerco di comprendere coincide esattamente con la tua bocca che sorride da sotto la mia mano che ti disegna. Mi guardi, da vicino mi guardi, sempre più da vicino, e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi si ingrandiscono, si avvicinano, si sovrappongono, ed i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano debolmente mordendosi le labbra, appoggiando appena la lingua tra i denti, giocando nei suoi recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di fondersi nei tuoi capelli, accarezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori e di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore é dolce, e se ci affoghiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo dell’alito, questa istantanea morte é bella. E c’é una sola saliva ed un solo sapore a frutta matura, ed io ti sento tremare contro di me come una luna nell'acqua.
(Julio Cortázar, da Rayuela - capitolo 7)

   Julio Cortázar (1914 - 1984) è uno dei migliori autori latinoamericani dello scorso secolo. Rivoluzionario nel suo pensiero politico: nel '51 fu costretto ad abbandonare l'Argentina in opposizione al regime peronista e si trasferì a Parigi. Sostenne anche la rivoluzione cubana e nicaraguense: è considerato il compagno spirituale del Che e quindi per molti è un mito al suo pari. Sperimentatore nella sua creazione letteraria, non per niente era un grande amico di Italo Calvino, col quale condivideva visione del mondo e della scrittura. Entrambi sono stati degli sperimentatori, capaci di creare testi da leggere anche in modo frammentato. 
   Ha scritto tanto, ma il suo capolavoro rimane Rayuela del 1963, tradotto e conosciuto in italiano come Il gioco del mondo. La rayuela infatti è quel classico gioco per fanciulli che si svolge saltando su delle caselle numerate e tracciate per terra, noto in Italia come il gioco del mondo o la campana.
   Si tratta di un romanzo unico ed inimitabile, forse più un antiromanzo per il suo carattere straordinariamente innovativo. Per Cortázar non esiste un romanzo senza il lettore-creatore, il lettore per lui non è solo un soggetto passivo, bensì un complice, un compagno di strada. La caratteristica di Rayuela è che si può leggere in vari modi. In quello tradizionale, ossia dalla prima pagina fino al capitolo 56, considerato in questo caso il termine. Oppure partendo dal capitolo 73 e seguendo l'ordine indicato dall'autore in una tavola d'orientamento. O ancora, in piena libertà il lettore, assumendo un ruolo inaspettato, può seguire un suo ordine casuale. Cambiando la sequenza dei capitoli, la storia non ha più una predeterminazione, perché cambiano le scoperte, i tempi e le prospettive dei personaggi. Il suo significato è quello di una letteratura di ribellione e liberazione dalle strutture del pensiero, espressione del desiderio di cambiamento e del movimento dinamico dei giovani dell'America Latina e dell'occidente nel contesto storico degli anni '60.
   E' un libro esistenziale ed anche filosofico, che pone delle domande e invita alla ricerca della propria identità. Uno specchio per la mente, un grido di libertà.
   Mi sono approcciata a questo testo diversi anni fa e, pur apprezzandolo per la sua intensità, lo trovai non facile, tanto da interromperne diverse volte la lettura. Ma quando lo ripresi e terminai, poi rimase sul mio comodino per mesi, ogni tanto ne rileggevo qualche pagina. Un libro che non si dimentica! Pochi giorni fa l'ho ripreso in mano dopo tanti anni, mi ero solo scordata di quante parti avessi sottolineato. Ho scelto questo brano perché ogni frase è un verso, prosa che si eleva a pura poesia. Solo la poesia può riuscire a descrivere le altrimenti indescrivibili pulsioni e magie di un bacio, il più sincero degli atti d'amore. Le parole sono così vere che si ha l'impressione di aver già vissuto quelle stesse emozioni. Con gran delicatezza esse ci conducono in un viaggio sensuale e delicato, la cui meta è il bacio, espressione del desiderio di fusione con un altro essere nella gioia dell'abbandono.  Un viaggio attraverso immagini fatte di gestualità e passione, ritmo ed estetica senza pari.   
Nicoletta Tomas Caravia, "Amor dentro del Caos II" - www.nicoletta.info

   Tutti i sensi sono coinvolti: dalla vista, il gusto, l'olfatto e il tatto e si parla con i sorrisi e sussurri. Seguire con un dito il dolce profilo della bocca di chi si ama è un gesto intimo e spontaneo, come una carezza creatrice per Cortázar. 
   Anche le mani con il loro tocco vogliono conoscere l'oggetto di tanto desiderio, sentire la tenerezza e il calore delle labbra, capirne la forza e il potere della seduzione. Con le sue curve e la sua morbidezza, la bocca comunica desiderio; essa è la fessura del soffio vitale, simbolo della vita, della comunicazione, della parola, del nutrimento, custode del sapore personale e segreto, che solo un amante può conoscere e da cui rimane attratto come da un nettare, bisognoso e mai sazio di quella linfa di cui ha bisogno...


... c'è qualcosa di più seducente della bocca?




martedì 3 aprile 2012

Fai bei sogni

"Le donne non si conquistano con le corde vocali, ma con gli orecchi. Noi maschi sprechiamo tempo a rintronarle di battute memorabili quando l'unica cosa che ci chiedono è di prestare attenzione ai loro pensieri."



"Le nostre dita si intrecciarono e lei me le strinse. Non esiste momento più bello, all'inizio di una storia, di quando intrecci le dita in quelle dell'altra persona e lei te le stringe. Ti stai affacciando su un mare di possibilità.
Protesi le labbra verso le sue, ma non dovetti compiere l'intero percorso perché me le trovai addosso a metà strada.
Sapevano di bei sogni."



"Scoprivo che l'amore poteva essere un bastone a cui appoggiarsi, ma rimaneva anzitutto una spada per conquistare una nuova potenzialità. Per anni lo avevo vissuto come un acquisto, mentre era la cessione di qualcosa a un'altra persona."



"Ti volevo soltanto dire che non mi manca una donna. Mi manchi tu. Che sei una donna, e che donna. Ma sei qualcosa di più: l'altra metà di me."
                                                                                   (Massimo Gramellini, da Fai bei sogni)


   Massimo Gramellini è un giornalista noto per la sua capacità di osservare la realtà in modo attento ed ironico. E' uno dei vicedirettori de La Stampa, dove, tra l'altro, da oltre dodici anni cura la quotidiana rubrica cult il Buongiorno in cui commenta in poche righe dense di sagacia il fatto più significativo della giornata. E' uno scrittore: ha pubblicato diversi saggi sulla storia politica italiana e sul Toro, la sua squadra del cuore e due romanzi: L'ultima riga delle favole nel 2010 e Fai bei sogni nelle librerie da un mese.
   Massimo Gramellini è soprattutto un uomo che, con  il suo bagaglio di fragilità, di nevrosi e di perché ha fatto un percorso lungo quarant'anni durante il quale ha saputo guardarsi dentro alla ricerca della consapevolezza di sé. 
   Fai bei sogni non è propriamente un'autobiografia, bensì una storia che ha in comune con la vita dell'autore quella introspettiva ricerca della verità. E' un romanzo (e l'autore ha tenuto a definirlo tale in copertina) intessuto però di fatti realmente accaduti e di emozioni. Si tratta di una storia intensa e commovente, di solitudine e sofferenza, mai mielosa anzi sempre attraversata da ironia. Una storia che ti costringe a guardarti dentro e a farti delle domande. Gramellini ha sentito il bisogno di raccontarla per condividerla, ma nello stesso tempo l'ha  scritta per sé in un significato di liberazione dai tanti dubbi, travagli interiori e solitudini. 
   
   L'autore ha ripercorso la sua vita dal giorno in cui rimase orfano di madre, realtà alla quale non ha mai saputo darsi vere e proprie risposte. Del resto nessuno di coloro che gli era vicino ha saputo dargliene: nell'idea di preservarlo da un dolore più grande tutti gli hanno sempre nascosto la verità. Quel bambino è cresciuto con l'idea dell'abbondono di un amore, dolore che ha rivissuto in ogni sua successiva esperienza sentimentale, rinnovando sempre la difficoltà di lasciarsi andare ai sentimenti nella paura di perderli e venire lasciato. E' un libro che parla molto d'amore aiutando a distinguere il brusio mutevole delle emozioni dal linguaggio eterno dei sentimenti. 


   Per tutta la vita quel bimbo si è sentito non amato, si è portato dentro una sofferenza mai accettata completamente e questo non gli ha permesso di guarire, di vivere. Ciascuno di noi si porta dentro un dolore che ci rende parte della stessa umanità, e questa fratellanza ci porta alla compassione, ossia alla con-passione, al sentire inseme le sofferenze e le commozioni dell'animo di ognuno. Questo libro ci insegna anche quanto sia doveroso  rivolgersi agli altri sempre con rispetto perchè dobbiamo ricordare che tutti hanno una parte che deve essere protetta anche dalle nostre parole e dal nostro atteggiamento nei loro confronti.



"I se sono il marchio dei falliti! Nella vita si diventa grandi nonostante."


"La paura uccide sempre l'amore."

(Massimo Gramellini, da Fai bei sogni)


   
   Il tema profondo che attraversa il romanzo è la verità e se sia sempre necessario dirla alle persone che amiamo e fino a che punto. La verità destabilizza ma rifiutarla significa rimanere bambini, non crescere. Come Gramellini, anche io sono convinta che un tassello mancante può far cambiare il corso di una vita. La verità richiede coraggio, non sempre è facile affrontarla, figuriamoci dirla o accettarla, a volte è quella più difficile a cui credere.
   L’unica maniera per riuscire a fare pace con se stessi ed evolvere è perdonare. L'eroe che consuma la vendetta non riequilibria ma pone le condizioni di un nuovo dolore. Penso che i ricordi non si possano cancellare o eliminare, si può rimuovere il dolore associato ad essi e farlo con il perdono, che è un dono-per... amore!


"Solo il perdono ti rimette in contatto con l'energia dell'amore."
(Massimo Gramellini, da Fai bei sogni)


René Magritte - Gli amanti (le verità negate) - Australian National Gallery

Per te è sempre doverosa la verità?  
Per quanto dolorosa va sempre rivelata?  Anche in amore? 
Ci possono essere dei confini? e quali?
La verità può far male o fa peggio la menzogna?
Una verità non detta, omessa, è un tradimento?


martedì 13 marzo 2012

Non esiste saggezza… esistono le parole

"Non abbiamo parole per chiamare gli odori. Ci hai mai fatto caso?"
"In che senso?"
"Non siamo capaci di descrivere un odore come siamo capaci di descrivere un oggetto. Se vuoi descrivere questo giaccone puoi dire che è blu, corto, un po' ruvido. Abbiamo tantissime parole per le forme, per i colori, per le consistenze, per le dimensioni. Per un oggetto diciamo che è tondo, squadrato, grande, piccolo, rosso, verde, blu, duro, morbido, tagliente. Per i suoni e i rumori abbiamo addirittura le parole onomatopeiche, e non c'è nulla di più specifico. Per gli odori invece dobbiamo procedere per analogie. Un numero piccolo di concetti odorosi che non hanno un nome autonomo ma che alludono - alludono soltanto - a entità odorose familiari. Erba tagliata. Terra prima della pioggia.  
( ... )
Noi tendiamo a rifiutare gli odori e in particolare gli odori cattivi, perché alludono alla parte più elementare, animalesca se vuoi, della nostra natura. ( ... )
"Qualcuno ha detto che le cose non esistono se non abbiamo le parole per chiamarle. Tantissimi odori e tantissimi profumi non esistono solo perché non sappiamo come chiamarli."
"Qualche anno fa ho letto un romanzo in cui si parlava dell'odore della paura. Mi colpì molto, perché quello è un odore che conosco bene, anche se non avevo mai pensato di dargli un nome."
(Gianrico Carofiglio, da Non esiste saggezza)


   Il barese Gianrico Carofiglio è un magistrato ed un politico, attualmente è senatore per il Partito Democratico. Parallelamente a queste sue attività si dedica da anni anche alla narrativa e con notevole riscontro di critica e di pubblico. Con i suoi romanzi ha vinto numerosi premi e dalla sua penna è uscito   il malinconico ed intuitivo avvocato Guerrieri, a cui sono affidati casi sempre particolari e ricchi di colpi di scena. Da questa serie di romanzi sono stati ricavati film ed anche una serie tv. Sono affascinanti le descrizioni dei suoi personaggi, che opera partendo da particolari che possono sembrare insignificanti ed anche quelle minuziose di ogni angolo della sua terra. Difatti i suoi romanzi ed i racconti si svolgono sempre a Bari e provincia di cui riesce a trasmettere a pieno, lo posso assicurare, l'essenza dei luoghi, nei colori, profumi ed abitudini.
   
   Non esiste saggezza è un'antologia di dieci racconti, per il quale Carofiglio ha ricevuto nel 2010 il premio letterario Piero Chiara. In tutti i racconti emergono le capacità dell'autore di narrare e contemporaneamente delineare le sfumature psicologiche e l'animo dei personaggi così in profondità da coglierne emozioni e farli apparire persone di una realtà vicina alla quotidianità piuttosto che personaggi. 
  
   La presente citazione è tratta dal primo racconto che dà il titolo all'intera raccolta, titolo che a sua volta è ispirato dal verso di una poesia di Anna Achmatova. 
   A me ha colpito in particolare  la frase

 "le cose non esistono se non abbiamo le parole per chiamarle"

oltre alla riflessione sugli odori. L'odore, questa non-sostanza invisibile e volatile, quasi impercettibile consciamente, fondamentale per la nostra conoscenza ed i nostri comportamenti, così importante per la nostra comunicazione diventa segnale di percezione, di sensazioni e di attrazione, attivatore di memorie che abita perennemente. Eppure gli odori non hanno un nome se non in riferimento a ciò che li emana.
   Carofiglio parla di odore della paura, invece io mi chiedo che odore emana l'amore?
   Se pensiamo all'amore è facile trovare un colore che lo definisca, di solito è il rosso che è un colore caldo e che rappresenta passione, fuoco, vita, il sangue che scorre nelle vene. Se, invece, pensiamo al suo odore, può risultare più imbarazzante. Tuttavia non dovremmo pensare che non esista solo perché non abbiamo le parole per chiamarlo o non ci sovvengono facilmente. Laddove non arriva il dizionario può arrivare la riflessione, la fantasia, l'esperienza emozionale... la poesia. 
   E quindi proviamo a dare un nome all'odore dell'amore, ritrovandoci insieme nel nostro laboratorio di scrittura creativa.  
   E' un odore che sicuramente tu conosci bene anche se non hai mai pensato di dargli un nome. Con quale analogia lo descriveresti? Lo senti come uno di quegli odori che si attacca addosso ai vestiti, uno percepibile anche a chilometri di distanza od uno più soave, così lieve da essere appena percettibile a pochi? E' un odore semplice o un aroma dalla molecola complessa? Lo riconosci? Lo ricordi?






giovedì 8 marzo 2012

Il gioco della seduzione

"Aveva un corpo da cattiva ragazza, il genere di fisico che, anche a trentatré anni, avrebbe potuto tranquillamente fare bella mostra di sé appeso a un chiodo sulla parete di un museo. Era un corpo da bambola in cui era racchiuso anche un cervello intelligentissimo, ma ciò non aveva importanza poiché Phoebe era il genere di donna che solitamente veniva giudicata solo dalle apparenze."



"Phoebe si strinse contro di lui ed emise un lieve gemito che per Dan fu come una dose di whisky dritta in vena."
(Susan Elizabeth Phillips, da Il gioco della seduzione)


   I protagonisti de Il gioco della seduzione di S. E. Phillips, Phoebe e Dan, rientrano perfettamente negli stereotipi delle persone valutate dalle apparenze e classificate come prive di sostanza.
   Dan è il coach degli Stars ed è stato uno tra i migliori giocatori di football americano. Tra fisico possente e muscoloso da macho esagerato ed essere una leggenda nel mondo dello sport riscuote un notevole successo fra le donne, nonostante i suoi modi rudi.  
   Phoebe è una donna che non passa indifferente, è consapevole della sua prorompente fisicità, che usa in modo impertinente per provocare e sedurre. Ha creato di sé un'immagine disinibita e libertina, diventando anche ricca per aver posato nuda per un  artista famoso e presente con i quadri che la ritraggono in vari musei del mondo.
   Le loro vite sono destinate ad incontrarsi quando la biondina svampita e sexy diventa, in seguito alla morte di suo padre, la proprietaria degli Stars. Nel testamento il padre non le nasconde il disprezzo che prova nei suoi confronti, valutandola assolutamente incapace di prendersi e gestire una tale responsabilità.
   L'autrice del romanzo riesce a farci andare oltre le apparenze ed a farci scoprire sia in Phoebe che in Dan, aspetti di grande umanità e sensibilità e quanto a volte si mascherino le proprie fragilità per non apparire vulnerabili, preferendo non amare più troppo quando si è stati profondamente feriti.
   La lettura di questo libro, nonostante le 455 pagine è veloce e molto rilassante, intrigante e particolarmente hot in diverse pagine. Ci sono parecchi ingredienti che lo fanno lievitare oltre la sufficienza sebbene si tratti sempre e comunque di un romance. Tra questi l'ambiente sportivo che non funge solo da cornice al tormentato e altalenante sviluppo di un'appassionante storia d'amore. Il mondo del football rappresenta metaforicamente tutta la complessa situazione che vivono i due protagonisti. Ossia la voglia di riscatto, di sfida, di spinta etica di chi non crede solo nella fortuna e nel denaro, bensì nell'impegno, nel sacrificio, nei sentimenti, nell'intelligenza e nel valore del gruppo-comunità, esattamente come nel film L'arte di vincere con Brad Pitt. Nel libro non manca una divertente ironia a tratti sagace, l'analisi delle dinamiche personali e familiari, la passione e l'orgoglio, il giallo e un po' di suspense prima di arrivare ad uno scontatissimo happy end  rosa più che mai . 

   Il titolo in lingua originale è I had to be you. Il titolo scelto per l'edizione italiana, nelle librerie da meno di un mese, si riferisce al fatto che entrambi i protagonisti conoscono molto bene oltre al gioco del football anche quello della seduzione. In un primo momento, sono inevitabilmente attratti solo fisicamente e non vedono il resto, poichè ingannati dalle loro prime impressioni.

"...la sentì sospirare. "Io e te non ci piacciamo".
"Quello non è necessario, tesoro. Questa non è una relazione permanente. E' attrazione animale."

   La vera seduzione li coglie lentamente, quando l'attrazione supera il solo desiderio sessuale.


   A mio parere, la seduzione non è propriamente un gioco, può definirsi tale nella misura in cui si è autentici e spontanei, nel senso che non può essere qualcosa di costruito che obbedisce e ferree e rigide regole se non quella che occorre giocare da entrambe le parti. La seduzione, secondo l'origine etimologica del termine è "secum ducere", ossia condurre a sé, che dovrebbe essere inteso in senso più ampio del solo condurre alla propria fisicità o sfera sessuale.   Sedurre non è incantare, ma portare l'altro dentro se stessi senza servirsi soltanto della propria sensualità, ma utilizzando l'arma migliore, che è la propria personalità. Sicuramente le prime cose che ci seducono però sono altre, quelle che catturano il nostro sguardo e i nostri sensi!

-  Secondo te la prima impressione è ingannevole o veritiera?
- Sei mai stato sedotto/a per poi accorgerti di essere stato condotto dalla parte sbagliata? Quando lo si può considerare davvero un errore?




  
  Ora vi svelo come mai mi sono trovata tra le mani Il gioco della seduzione di Susan Elizabeth Phillips. Qualche settimana fa ho partecipato all'iniziativa "Be my Valentine" organizzata dalla Leggereditore, che prevedeva di scrivere una lettera d'amore e pubblicarla sulla pagina del loro blog per partecipare all'estrazione di alcune copie omaggio di questo romanzo. Dopo qualche giorno sono stata avvisata di essere stata tra le fortunate vincitrici!!!
   Nella stessa settimana sono stata ancora baciata dalla fortuna ed ho vinto anche questi orecchini davvero carini che Lu ha realizzato ed offerto in occasione delle 100.000 visite al suo interessante e creativo blog Lufantasygioie. Mi sono arrivati da qualche giorno ed è stata una grande gioia per me anche leggere la lettera con cui Lu ha accompagnato il suo gentile regalo. Questa mia fotografia sarà custodita nei Doni, insieme a tutti i preziosi ed emozionanti ricordi.
   Grazie ancora Lu, per aver voluto festeggiare insieme a chi ti segue con sincero affetto, attraverso questo gesto concreto che consente di apprezzare le tue abilità manuali, creatività e soprattutto la tua grande generosità.



nella Giornata Internazionale della donna


AUGURI  a TUTTE le DONNE
con questo delicato acquerello della cara e brava Carla Colombo
Insieme... sempre (2011)
www.artecarlacolombo.blogspot.com




mercoledì 25 gennaio 2012

L'educazione delle fanciulle

"Per far durare l'amore bisogna usare il buon senso. Tacere quando è il momento, ogni tanto lasciar correre, chiudere gli occhi e aspettare che passi la bufera."

"L'amore è un sentimento multiuso... 
È come una borsa dell'acqua calda mentre fuori nevica."

"È dallo sguardo che vedi se una persona ti desidera o meno. Ed è bellissimo percepirlo. Senti proprio gli ormoni che fanno la ola."
(Luciana Littizzetto, da L'educazione delle fanciulle  -  2011)


   Franca Valeri e Luciana Littizzetto, si confrontano ne L’educazione delle fanciulle sui temi dell’amore, i primi approcci e l’evoluzione nel rapporto uomo-donna. Il sottotitolo Dialogo tra due signorine perbene non deve trarre in inganno. Le autrici sono due grandi nomi dell'umorismo italiano, per cui non siamo dinanzi ad un'elaborazione intellettuale come da dialogo socratico. Piuttosto si tratta di una chiacchierata tra amiche che, pur appartenendo a generazioni diverse, provenendo da classi sociali differenti ed avendo gusti e modi di vita diversissimi, hanno in comune una grande ironia e la capacità di ridere su molte realtà che riguardano le donne, gli uomini e l’educazione sessuale. La Valeri ha una visione più arguta e nostalgica, un umorismo ironico caratterizzato dal giro di parole, lascia sempre intuire ciò che è ovvio. Invece la Littizzetto, con meno eleganza ma più verve, parla chiaro e senza freni inibitori.
   Una conversazione che ad ascoltarla sarebbe stata sicuramente più divertente e coinvolgente di quanto non lo sia stato leggerla.
   Un libro un po' deludente, di quelli che non lasciano il segno. Troppo pieno di luoghi comuni. A parte la mancanza del "non esistono più le mezze stagioni", ci sono tutti: da quelli sulle suocere alla chirurgia estetica, dall'uomo che non sa far la spesa al classico "i giovani d'oggi non sono più quelli di una volta"Non sempre originali le battute della Littizzetto e dalla Valeri mi sarei aspettata qualcosa in più. Un libro che ha un pregio: la brevità. Si legge in una serata, in una di quelle in cui si ha voglia di chiacchierare, ricordare e oscillare tra riflessione e  divertissement.
   In questo incontro di esperienze e racconti spiccano per intensità le pagine in cui Luciana Littizzetto parla della sua maternità senza gestazione e dei suoi figli adottivi adolescenti.
   Particolarmente efficaci alcuni confronti tra la mentalità descritta dalla Valeri, ossia quella degli anni '40 -'50 e quella degli anni '70-'80 della Littizzetto, come quelli sul corteggiamento, il matrimonio  e quello sul tema tradimento.

"Ero tollerante nei confronti del tradimento.Gli uomini sono fatti così, non si accontentano di una vita sola."
(Franca Valeri, da L'educazione delle fanciulle  -  2011))


F.V. "Però alla donna piace l’idea di essere corteggiata. Certi sguardi guidati dall’intenzione, un fiore, una cartolina da un luogo significante: ecco, ci sono delle piccole mosse che ti fanno sentire prescelta.


L. L. "Ma esistono ancora gli uomini che regalano le rose rosse, aprono la portiera, versano il vino? Sei sicura? Forse io conosco soltanto esemplari di homo sapiens, abominevoli uomini delle nevi. Però ti devo anche dire che alcuni segni di corteggiamento della tua epoca mi sembrano tante piccole manette. Mi farebbero venire l’affanno. Dopo il fiore c’è l’invito a teatro, poi scatta l’anello, poi arriva la presentazione alla famiglia e da lí alla bomboniera con i cigni di Swarovski è un attimo. Il percorso segnato lo trovo ansiogeno. Non mi piacerebbe.
Invece io penso che una cosa che piace molto alla donna è qualcuno che le chieda: come stai?
Tutto lí"




- Ti ritrovi in qualcuna di queste citazioni-esperienze?
- Pensi che esista ancora il corteggiamento?


Se ti piace questo blog, votalo, gli darai più visibilità. 
Basta solo un tuo click e la conferma del voto. Grazie
sito


giovedì 19 gennaio 2012

La tentazione

"L'unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi: resistete, e la vostra anima si ammalerà di nostalgia per le cose che si è vietata, di desiderio per ciò che le sue mostruose leggi hanno reso mostruoso e fuori legge."
(Oscar Wilde, da Il ritratto di Dorian Gray)

  
   Il presente post è in realtà una mia risposta alle varie sollecitazioni che mi sono giunte dai vostri commenti ad Emotivi anonimi ed una riflessione sulla citazione di Wilde in quel contesto inserita ed ora riportata per intero. 
   Da un paio di mesi non sto rispondendo ai vostri commenti qui nel blog (a volte i dialoghi continuano in privato) e non per scortesia. Difatti nel box dei commenti è scritto il mio grazie in anticipo per ogni vostra parola e per la condivisione, che rappresentano per me la vera ricchezza di questo spazio virtuale.
   Il motivo è che, poiché nei commenti ognuno liberamente esprime il suo pensiero e porta un contributo esperienziale, leggerne l'insieme è, per me, ascoltare la coralità di tanti diventare vita con le sue sfaccettature, i suoi colori, i caratteri, lo stile, le voci.
   La mia risposta, oltre al grazie che non sarebbe eccessivo ripetere, aggiungerebbe a volte poco, poiché è nel post che io esprimo il mio pensiero e le mie emozioni, che possono essere guida e spunto per un dialogo costruttivo dove ognuno porta il suo mattoncino.
   A
ver citato Wilde in  Emotivi anonimi , dunque, significa che ne condivido il pensiero. 
   Dopo questa premessa, ecco alcune considerazioni.

   
   La tentazione da rifuggire e a cui non cedere è quella che istiga al male e a compierlo nella consapevolezza di far qualcosa di proibito, sbagliato, qualcosa che sia dannoso per se stessi e per gli altri. Se voglio mangiare la cioccolata per sottrarla a qualcuno o rubarla, se mangiarla è abusarne in maniera irrefrenabile e senza moderazione, se la mangio avendo il diabete e quindi sapendo di far del male alla mia salute, oppure per fare un dispetto davanti a chi non può gustarla... o in tanti altri casi.
   A mio modesto parere, non rientrano nell'errore o istigazione al male il provare piacere e sensazione di benessere, appagare un desiderio, godere per una passione quale può essere il cibo preferito che esalta i nostri sensi e ci riporta ad altre forme di piacere o di gioia anche condivise.
... allora che facciamo mangiamo solo le cose che non ci piacciono così ci sentiremo elevare lo spirito? Non è un peccato godere, ma farne lo scopo della vita, della voluttà l'unica ricerca di senso.
   Il piacere, da provare o da donare, non è qualcosa di cui vergognarsi, da nascondere. Il piacere non è un peccato né un vizio.
   Come non è santità darsi colpi di cilicio.

   Nel mio blog si parla di sensualità ed in 
 Emotivi anonimi il piacere fisico è avvicinato al piacere del gusto. Il peccato di gola a quello di lussuria, ha pensato qualcuno citando Sodoma e Gomorra.
   Innanzitutto, le tentazioni peccaminose che rischiano di trasformarci in statue di sale possono essere le più varie: quella di sentirsi superiori agli altri, quella di oziare, quella di non compiere il proprio dovere, quella di giudicare, ecc.
   Giustamente nel precedente post di tentazioni golose e lussuriose si parlava, ma ... non per istigare a delinquere! :-) 
   Le tentazioni sono sempre e soltanto peccaminose? 
  La parola tentare ha la stessa origine di tenere, e quindi ampliando direi anche toccare, provare, prendere, cercare di raggiungere. La tentazione ci spinge a tendere e a sperimentare, a conoscere.... non soltanto il male!!

   La sensualità è un tema di questo blog e non la considero una tentazione peccaminosa, bensì un'espressione della personalità, del proprio modo di essere, provare e donare sensazioni. E' qualcosa di innato e che solo spontaneamente si può esprimere. E' una importante forma di comunicazione, un linguaggio dei corpi e delle anime, un veicolarsi attrazione fisica e spirituale, interesse, gioia e sentimento, un modo per conoscersi.
   EMOZIONE e non causa di empietà. 
   Fuoco di passione e  non fiamme infernali.

Image and video hosting by TinyPic


   E questo vale per tutti i post!!

   Secondo me, quanto detto per la cioccolata vale anche per il sesso. Non è un peccato provare piacere, cercare anche con il proprio partner, quindi ovviamente in un'ottica d'amore, nuove forme per donarsene e avere la fantasia di trovare nuovi modi per tentare, coinvolgere o eccitare.  
   I piaceri del sesso non sono un peccato.  Sono uno scambio, sono un dono.
   L'amore, il desiderio ed il suo soddisfacimento non hanno confini dentro di noi...
se non quello della perversione, ma che è proprio tutt'altro dalla tentazione e dalla trasgressione.
  
   Ho mai ceduto ad una tentazione? mi è stato chiesto dal mio caro amico Guardiano.
   A molte, sì, quasi a tutte, perché tutte mostrano la fragilità ed anche la forza di capire l'errore se errore è stato e di reagire per il bene. Tutte hanno portato a conoscermi, ma non ancora a conoscere dove sia la netta distinzione tra bene e male. 
   Presumere di avere questa conoscenza è cedere alla primordiale delle tentazioni.
   

   Non sono una che dice questo io non lo farò MAI... ho certo dei valori e dei princìpi, dei punti fermi, ma le "tentazioni" possono arrivare anche quando non si è capaci di rispondere con la volontà..
non sono perfetta, ahimé...  e neanche eterea!
   
   Gusto il cioccolato ed amo il piacere che mangiarne mi procura. Non lo considero afrodisiaco in senso stretto, forse è tale per me più un bel bicchiere di primitivo dolce o il profumo della pelle... o qualsiasi cosa quando c'è la giusta atmosfera, però come per i personaggi del film Emotivi anonimi, il cioccolato per me è godimento puro e come tale evoca quelle che sono in me altre gioie e bellezze della vita! 
   E se ci fosse qui l'amico Soffio mi citerebbe il caro Freud!

E tu, hai mai ceduto ad una tentazione?



domenica 18 dicembre 2011

I pesci non chiudono gli occhi

Non avevo toccato niente di così liscio fino allora. Ora so neanche fino a oggi. Glielo dissi, che il suo palmo di mano era meglio del cavo di conchiglia, mentre risalivamo a riva, staccati. 
"Lo sai che hai detto una frase d'amore?" disse avviandosi verso l'ombrellone.
Una frase d'amore? Neanche so cos'è, che le è venuto in mente?... ma si è sbagliata. Ho detto una frase di stupore."



"Mi accorgevo del corpo, del suo interno, accanto a lei: del battito del sangue a fior di polso, del rumore dell'aria nel naso, del traffico della macchina cuorepolmoni. Accanto al suo corpo esploravo il mio, calato nell'interno, sbatacchiato come il secchio nel pozzo."


" "Allora ti piace l'amore?"
"È pericoloso. Ci scappano ferite e poi per la giustizia altre ferite. Non è una serenata al balcone, somiglia a una mareggiata di libeccio, strapazza il mare sopra, e sotto lo rimescola."
 (Erri De Luca, da I pesci non chiudono gli occhi - 2011)


   I pesci non chiudono gli occhi, l'ultimo libro di Erri De Luca si legge tutto d'un fiato, immenso nella sua semplicità, denso di forza e di tenerezza. Un libro dove ogni frase è poesia. Una prosa scritta in versi.

   L'autore racconta il suo passaggio dalla fanciullezza all'età adulta, di cui ha coscienza nel preciso ricordo di un'estate trascorsa ad Ischia quando aveva dieci anni. Il romanzo è molto più di un flashback o una convocazione del passato. E' l'analisi profonda del proprio carattere, la spiegazione dei comportamenti successivi, l'origine delle scelte compiute nella vita. E' l'approccio alle emozioni ed ai valori di un poeta che li trasmette attraverso lo sguardo semplice di fanciullo che cambia, che si stupisce, che cresce e che si rapporta alla maturità aprendo i suoi orizzonti.
   In quei giorni sull'isola si accorge della sua crescita interiore sebbene si senta ancora avvolto nel bozzolo di un corpo da bambino. La parola giustizia che prima non aveva alcun effetto su di lui diventerà il centro della conoscenza. Comprenderà i sogni ed i sacrifici dei suoi genitori, si appassionerà sempre più alla lettura ed al mondo delle parole, si avvicinerà alla vita dei pescatori per cogliere i segreti di un mestiere e del mare. Affronterà con coraggio il dolore e la sfida, si accorgerà emotivamente della bellezza femminile e conoscerà l'amore, quella forza misteriosa che fa fare cose impensabili, che trasforma, che supera la volontà, che fa accorgere della specialità di un'altra persona e concentrare su essa l'esclusiva dell'attenzione.

   Le prime carezze, i primi sguardi d'intesa, i primi baci, sono delicatezza e stupore, ricordo vivo. Emozione.

"Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù. 
"Chiudi quei benedetti occhi di pesce."
"Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere." 

   Il giovane Erri è paragonato ad un pesce perché non chiude gli occhi, ma nella sua risposta non c'è solo un bel complimento rivolto alla sua ragazza.  
   Avendo scelto questo titolo è come se l'autore voglia invitare a saper guardare e non solo con gli occhi, a comprendere il percorso della vita, a conoscerne le ragioni e a scavare anche in ciò che può apparire insondabile e misterioso. 
   Io colgo la metafora che dice come sia impossibile distogliere lo sguardo dalla bellezza dell'amore, come diventi naturalmente consequenziale e pregnante il voler cogliere ogni attimo, gustarsi all'infinito senza mai stancarsi. Scorgo l'invito a vivere l'amore sempre con lo stesso stupore, con la stessa poesia e con la stessa travolgente energia, affinché ogni giorno abbia il sapore della novità, il gusto del desiderio, la sete dell'incontro. 
   La meravigliosa realtà dell'amore, incantevole pur senza essere un incantesimo.

  

- E per te l'amore è stupore? Ti stupisci ancora dell'amore?





martedì 13 dicembre 2011

La donna in gabbia

"Ma in effetti che cosa sappiamo dei nostri simili? Non abbiamo tutti nella vita una tragedia irreparabile, che non siamo stati capaci di riconoscere in tempo?"
(Jussi Adler-Olsen, da La donna in gabbia)



   Con La donna in gabbia, pubblicato in Italia dalla Marsilio editori  (alla cui proposta di recensione ho aderito), il danese Jussi Adler-Olden nel 2007 ha dato vita all'investigatore Carl Mørk, protagonista poi di una serie di romanzi che, dato il successo internazionale, sarà presto anche oggetto di trasposizione cinematografica. 

"Solo una rapida curetta con i piedi sul tavolo e i pensieri ben sepolti nel mondo dei sogni poteva rimetterlo in sesto. 
Era in quel benefico stato da dieci minuti, quando il suo raccoglimento fu interrotto da una sensazione che tutti i servitori della giustizia conoscono benissimo, e che le donne chiamano intuizione. Era l'inquietudine dell'esperienza che gli ribolliva nel subconscio. La sensazione che una serie di azioni concrete avrebbe inevitabilmente condotto a un certo risultato."

  
    Taciturno, pigro, burbero, mal sopportato dai suoi colleghi incapaci, Carl,  investigatore intelligente e dotato, viene posto a capo di una nuova sezione sorta presso la Direzione anticrimine della Polizia, per indagare sui casi irrisolti o lasciati in sospeso, chiamata semplicemente Q, dal simbolo del Partito Danese sulle schede elettorali.
   La creazione di questa sezione è in realtà una discutibile scelta politica per dimostrare all'opinione pubblica una maggior intenzione di assicurare la giustizia e soprattutto una scelta economica del distretto di Copenaghen per assicurarsi i finanziamenti stanziati.  Ma i milioni versati non arriveranno mai alla sezione Q, che viene collocata in uno scantinato, senza mezzi tecnici ed assegnata a Carl semplicemente per allontanarlo ed isolarlo. Gli viene affidato solo un aiuto per le pulizie, ma presto il siriano Assad si rivelerà un valido ed indispensabile sostegno anche per le indagini, un personaggio misterioso la cui presenza incuriosisce e nello stesso tempo porta vivacità alla narrazione.


    Fra tutti i vari casi speciali per la sezione Q, Carl ripesca la pratica della vicepresidente dei Democratici Merete Lynggaard, giovane e bella donna scomparsa cinque anni prima senza lasciare tracce. Un caso scivoloso, apparentemente inconsistente, troppo facilmente archiviato per assenza di moventi. Presto si accorgerà che le investigazioni erano state svolte con molta superficialità. Saranno le sue doti di intuizione e coraggio unite a quelle del capace Assad, a portare a termine un'indagine che nello scorrere dei giorni diventerà sempre più avvincente ed anche pericolosa.
   Si tratta di un thriller dove lo scorrere del tempo la fa da padrone, sia dal punto di vista stilistico per lo sfasamento di collocazione temporale dei vari capitoli, sia da quello dei contenuti e del ritmo della narrazione. Tempo che si dilata fino a sembrare eterno per Merete ma implacabilmente rapido per gli altri, che quasi instaurano una gara contro di esso.
   Quello che a me colpisce è che, sebbene Merete sia concretamente prigioniera, palesemente in gabbia per tutti, ella continui a mantenersi concentrata su pensieri che la aprono al mondo e agli affetti, alla vita ed ai suoi colori, continuando a prendersi cura di sé senza mai perdere la speranza di scappare, di non darla vinta ai suoi crudeli carcerieri.


"Era stata sdraiata a pensare ai libri. Lo faceva spesso, per allontanare il pensiero della vita che avrebbe potuto essere la sua, se solo avesse fatto altre scelte. Quando pensava ai libri, poteva muoversi in un altro mondo. La sola idea di sfiorare con le dita la secchezza e l'inesplicabile ruvidità della carta bastava ad accendere in lei un incendio di nostalgia. I vapori della cellulosa e dell'inchiostro di stampa. E mille volte era entrata nella biblioteca immaginaria e aveva scelto con il pensiero l'unico di tutti i libri al mondo che poteva rievocare con sicurezza, senza bisogno di inventare ancora. Non quello che desiderava ricordare, non quello che le aveva fatto più impressione. Ma l'unico libro che per tutti i bei ricordi e le risate liberatorie era rimasto intatto nella sua memoria martoriata."

   Nella sostanza, invece, tutti i personaggi di questo romanzo, anche i minori, a mio parere, sono in vario modo in gabbia.
   Lo è Carl, imprigionato nel martellante rimorso di non aver potuto salvare un suo collega dalla morte ed il suo amico dalla paralisi durante uno scontro a fuoco in cui era anch'egli presente.  Ingabbiato da una ex-moglie dalla quale non riesce a liberarsi e che continua a sostenere nel suo percorso artistico e ad aiutare nostante l’insopportazione.
   Lo è Assad, che certamente si nasconde, chiuso nei segreti e strani misteri mai svelati dei suoi veri nome, provenienza e personalità.
   Lo è Uffe, fratello di Merete, chiuso in un silenzio ed una incomunicabilità provocati dalla gabbia del dolore. Una gabbia che lo costringe all’isolamento ed al rifiuto di vivere.
   Lo è il folle criminale che la tiene segregata, rinchiuso anch'egli nel suo delirante odio, una gabbia impenetrabile da qualsiasi luce di umanità.
   Lo è la grande protagonista di questo romanzo, ossia la politica. Una politica non retta da obiettivi comuni, trasparenza, coerenza e legalità, ma chiusa tra le sbarre del denaro e del potere, dell'arrivismo e della menzogna, del malcostume e dell'incompetenza. Limiti che l'autore riscontra a tutti i livelli della politica danese, sia nei corridoi parlamentari che a livello locale. Non c’è pagina o contesto privo di battute amare e sarcastiche sull’attività dei politici e la cattiva gestione della cosa pubblica. Abituati come siamo a considerare questo un male tipicamente italiano, piuttosto che attribuibile ai paesi scandinavi, è un aspetto che ho trovato interessante nella sua obiettività critica.


   

- E tu, hai mai provato la sensazione di sentirti in gabbia? C’è qualcosa che in qualche modo pensi possa limitare l’espressione libera della tua personallità?


- Anche per te i libri rappresentano un momento così rigenerante? Come per Merete hai un libro che per te sia un ricordo felice, pagine che hanno segnato la tua vita, parole da rileggere come un bisogno o a cui collegarsi anche con la mente per farla respirare?


domenica 27 novembre 2011

Roth - L'animale morente

"L'unica ossessione che vogliono tutti: l'"amore". Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l'amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due."
(Philip Roth, da L'animale morente)



   Il titolo del romanzo scritto nel 2001 dallo statunitense Philip Roth,  L'animale morente, è tratto da alcuni versi del  Byzantium di W. B. Yeats: 
       
       Consumami il cuore; malato di desiderio 
       E avvinto a un animale morente 
       Che non sa che cos’è.

   Si tratta di un romanzo che offre una profonda riflessione sul senso della vita e della morte, del tempo, della bellezza, del sesso, del desiderio.
   Un libro dalla narrazione scorrevole ma non semplice, senza pudori, tagliente e diretta, un testo ricco di contenuti dal quale è stato difficile scegliere per me solo poche frasi.
   Il romanzo si sviluppa come un racconto confessione del protagonista ad un ipotetico ascoltatore o probabilmente più a se stesso. David Kepesh, protagonista di questo e di altri romanzi di Roth, è un maturo e poco affabile professore universitario che ha sposato la rivoluzione ideologica e sessuale degli anni sessanta.  Vive all'insegna della libertà sessuale ed escludendo alcun tipo di coinvolgimento affettivo, "il professore di desiderio"  seduce a oltranza le sue ex-allieve attratto solo dal fascino dell'erotismo.

"Il sesso: ecco tutto l'incanto necessario. Le donne, per gli uomini, sono davvero tanto incantevoli, una volta tolto il sesso?"

   Questa sua ordinarietà viene sconvolta dall'ingresso, nell'aula della sua facoltà e poi nella sua vita, di Consuela, un'affascinante ragazza cubana dalla prorompente fisicità, verso la quale il professore per la prima volta non proverà solo una forte attrazione sessuale, ma sarà coinvolto in un vortice di passione e gelosia.  Consuela è pienamente consapevole della bellezza del suo corpo che Kepesh definisce un’opera d’arte classica, la bellezza nella sua forma classica.  

"Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza. La vedo e mi acceca, impedendomi di scorgere ogni altra cosa."

   La storia sentimentale ed erotica tra i due si trasforma ben presto in una grande passione, segnata dalla sofferenza della gelosia, dovuta alla notevole differenza di età. Per la prima volta egli si sente vulnerabile, si accorge di desiderare una donna in maniera diversa. Kepesh scopre, per dirla alla Lacan, che "il desiderio dell'uomo è il desiderio dell'altro"
   Il desiderio per lui non è più il sesso, ma la relazione con la persona di Consuela.
   Muore il seduttore per lasciar spazio alla seduzione.
  Il tema del sesso è centrale in questo romanzo, rimane la chiave per indagare nell'esistenza umana

"Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte".

   Quest'ultima credo sia la frase che dà il senso a tutto il romanzo, anche nei personaggi minori quali il figlio di Kepesh o il suo amico George. 

   Gli anni di allontanamento tra i due sono vissuti nella sofferenza e nel tormento,  nell'ossessione dell'impossibile dimenticanza.
   Quando scopre di avere una grave malattia, nonostante i vari anni di separazione, Consuela torna dal suo professore. Se fino ad allora il ruolo dell'animale morente era stato interpretato da Kepesh con tutte le sue riflessioni sulla vecchiaia e la decadenza, ora lo diventa sorprendentemente lei, che con la fragilità di un corpo sempre bellissimo si avvia verso la sua fine. Ancora una volta nella vita del professore un'inaspettata vicenda rompe gli schemi precostituiti e gli fa assistere alla debolezza delle sue convinzioni e degli equilibri raggiunti.
   Consuela è tornata poichè non aveva mai trovato in seguito un amante capace di mostrare lo stesso livello di devozione verso il suo corpo come Kepesh.  Ecco come il sesso, il desiderio ed il sentirsi ancora e sempre desiderati sono ciò che fa sentire vivi i protagonisti di questo libro, in cui l'amore non viene mai nominato, ma solo lasciato intuire, quale realtà presente e misteriosa.

“Pensaci. Rifletti. Perchè se ci vai sei finito.”  


   In queste ultime parole del romanzo io colgo invece come sia l'amore ciò che rende morenti due persone come il professor Kepesh e Consuela delle prime pagine, due persone che facevano dei loro corpi l'unico elemento di coesione. L'amore tra i due supera l'attrazione per la bellezza e la perfezione del corpo, supera i problemi legati alla differenza d'età, supera il dolore e la malattia, oltrepassa la morte.



Quale delle frasi di questo libro,
che a me hanno colpito particolarmente,
trova risonanza anche in te?